Perfezionisti in tutto e per tutto. Sul lavoro, nella vita privata, di mattina, alla sera. Perfezionismo dunque, un pregio o un difetto? Ovviamente dipende dai casi. C’è gente che desidera che ogni cosa sia fatta per il meglio e questa qualità, insieme a un bel po’ di perseveranza, li porta ad ottenere molto dalla vita. Spesse volte anche il tanto agognato successo.
Tuttavia, la perfezione può trasformarsi anche in ossessione. In un incubo. E in questo caso non siamo più di fronte a una virtù, ma a un peso col quale convivere. Se poi ci si riesce a sbarazzarsene, tanto meglio.
Il fatto è che non sempre tutto può andare come vorremmo, dobbiamo pur farcene una ragione. E quando la realtà non viene incontro alle nostre aspirazioni, ecco che si rischia di cadere nell’ansia, nella depressione, passando per frustrazione e disillusione.
La mania del perfezionismo poi, può nascondere anche un atteggiamento ossessivo-compulsivo, capace di tarsformare la nostra vita in uno schema rigido di regole e di traguardi che – sotto sotto lo sappiamo anche noi – non riusciremo mai a raggiungere.
Il perfezionismo, dunque, è un’arma a doppio taglio. Se mal calibrato, fa disperdere tutte le nostre energie e farci perdere il focus sulle nostre priorità. Un esempio: possiamo accontentarci di un lavoro buono piuttosto che eccellente. E in ambito lavorativo, possiamo utilizzare una strategia di equilibrio per compiti sia di minore che di grande entità. Sempre in ambito professionale, dobbiamo pur capire che il perfezionismo può ferire o urtare le persone che ci sono vicine. Qualcuno potrebbe infatti interpretare il nostro atteggiamento come pura competizione professionale.
La soluzione, o almeno una passabile? Ripetersi che niente e nessuno è perfetto, in qualunque situazione. E fallire in qualche caso non può che renderci più umani e farci bene.







