Bei tempi quelli in cui si veniva assunti a vita. Un corposo contratto a tempo indeterminato, ed ecco che potevi fare qualsiasi tipo di progetto: comprare un’auto, sposarti, avere dei figli, sognare una vecchiaia tranquilla con tanto di pensione.
Oggi no. Oggi la realtà è nera e occorre pensare, soffrire. Si vive di stage, di prestazioni occasionali, di contratti a 3/6 mesi. Quando va bene, si firma per un lavoro di tre anni. Poi, il buio.
Quest’anno solo il 5,46 per cento dei neolaureati entrati in un’azienda hanno avuto la possibilità (diciamo pure la fortuna) di firmare un contratto ‘serio’. Per tutti gli altri la lotta continua, come afferma l’indagine condotta dalla Gidp, l’associazione di responsabili delle risorse umane e presentata proprio in queste ore.
Dunque, occorre mettersi l’anima in pace. Certo, ci sono ancora delle imprese che attingono dalle università, mentre le altre valutano i curriculum che arrivano attraverso le candidature spontanee. Ma il problema resta sempre e comunque la precarietà. Titoli preferiti, comunque? Più della metà delle imprese cercano soprattutto laureati in ingegneria o economia. Seguono informatica (8%) e giurisprudenza (5,5%). Caratteristiche del candidato ideale? Beh, conoscere le lingue è un fattore oggi vantaggioso, diciamo pure necessario. Poi si cercano persone disponibili alla mobilità territoriale, dotati di grande motivazione. Anche avere fatto un master può essere un punto decisivo, l’Erasmus un po’ meno.
Quanto alle aree più dinamiche, si muove qualcosa soprattutto nel settore dell’amministazione, della finanza e del controllo. Seguono il commerciale, la progettazione e il marketing. Nelle prime posizioni ci sono anche la produzione, la ricerca e sviluppo, l’It e le risorse umane.
Infine, ci pare giusto parlare anche di stipendi. La paga d’entrata oscilla tra i 22 mila euro e i 26 mila all’anno. Sempre per chi, s’intende, riesca prima o poi a mettere una benedetta firma su un contrattino.








bhe…del posto fisso si potrebbe fare anche a meno se però ci fossero certe tutele. La flessibilità va pure bene in un mercato del lavoro che cambia continuamente ma in Italia ci sono i seguenti problemi:
il lavoratore flessibile (temporaneo, somministrato…) viene pagato meno (o al massimo uguale) rispetto ad un suo pari con contratto indeterminato
c’è poca mobilità tra le aziende. chi si accaparra un posto non lo molla neanche morto, questo rende “stagnante” il mercato.
Il lavoratore temporaneo, all’estero (il cosidetto job shopper), è pagato molto di più (si bilancia l’incertezza del futuro) e sopratutto “gira”: 2 anni in un’azienda, 3 in un’altra e così via….